PIRATI DEI CARAIBI – La vendetta di Salazar

Il quinto capitolo della saga dei Pirati dei Caraibi sembra ricollegarsi a una domanda posta da Barbossa a Jack Sparrow in Ai Confini del Mondo. Accanto allo spiaggiato cadavere del Kraken, l’ex primo ufficiale della Perla Nera chiedeva al brillante Jack per quanto tempo ancora avrebbe continuato a “credere di poterla fare in barba a tutto il mondo”. La Vendetta di Salazar sembra voler rispondere, per conto di Jack, con un fatidico e orgoglioso “Finché avrò fiato in corpo”.

I pirati sono tornati e sono pronti a tutto pur di difendere uno spirito di conservazione anomalo: il diritto a un eterno presente. Non c’è futuro nella vita dei pirati, ma solo un passato scomodo che periodicamente chiede il conto dei danni, estraendo dal cappello gente pericolosa che non perdona uno sgarbo subito in tempi più o meno remoti. Il rifugio, dunque, è un presente avventuroso al quale aggrapparsi con le unghie e con i denti e da reputare indispensabile. A chi dichiara di non essere a caccia di guai non c’è che da replicare “Che orribile stile di vita!”. È proprio questo way of life, in effetti, che i veterani dell’universo dei Pirati rivendicano con orgoglio. I vecchi bucanieri del mare sembrano mostrare uno spirito “conservatore” che non mira a tutelare interessi acquisiti nel tempo ma a preservare uno stile di vita libertario al quale non intendono in alcun modo rinunciare. Ritirarsi a vita privata non è un’ipotesi contemplabile e “avere una rotta” è un bisogno imprescindibile che indica molto più che una semplice destinazione. Per queste persone, andare per mare è condizione necessaria per ricordare a se stesse di essere libere.

Proprio questo anomalo spirito di conservazione si fa più interessante ora che la saga affianca ai veterani una nuova generazione di eroi, più giovani e pronti a sparigliare le carte. Se i “vecchi” difendono il loro diritto di continuare a vivere così, i giovani rifiutano categoricamente il concetto di “impossibile” usando come armi l’audacia e la scienza. Il risultato è curioso, perché se Jack e Barbossa sembrano “vecchi adolescenti del mare”, i ragazzi ostentano invece una saggezza e una compostezza che gli adulti non possiedono. Ma è proprio questo rovesciamento di piani a fare sì che il film abbia uno spirito inclusivo nel mischiare personaggi vecchi e nuovi. Con molta accortezza, lo script propone una sorta di patto generazionale tra filibustieri navigati e nuove leve, che riflette velatamente anche l’entrata in scena di una nuova ondata di spettatori. La Maledizione della Prima Luna ha quasi 15 anni e una fetta importante di pubblico, per motivi anagrafici, non lo ha visto al cinema. È anche per questo che ciò che è stato dei film precedenti viene evocato saltuariamente come “mito” e celebrato come parte di un’epica consolidata.

Senza preoccuparsi di imprimere un marchio di fabbrica personale al film, Joachim Rønning e Espen Sandberg mirano esclusivamente a consegnare un prodotto spumeggiante e sinceramente riconoscente verso i primi fasti di una saga che hanno amato in tempi non sospetti, prima di raggiungere il successo. Se Rob Marshall non poteva trattenersi dall’inserire nel quarto film una scena “quasi musicale”, con Johnny Depp e Penelope Cruz che dialogavano a passi di danza, qui i registi si divertono a giocare con le leggi della fisica riallacciandosi a ciò che Gore Verbinski proponeva nel duello sulla ruota del mulino ne La Maledizione del Forziere Fantasma. Attentissimo a svilupparsi come un climax, La Vendetta di Salazar è meno intrecciato e più lineare di Ai Confini del Mondo ma decisamente più riuscito e appagante di Oltre i Confini del Mare. Agli occhi del pubblico, Jack Sparrow è ormai un avventuriero talmente navigato che anziché dover stupire a tutti i costi può dichiarare apertamente di non stupirsi più di niente. Dopo quattro film passati a interagire con la più variegata fauna umana dei sette mari e a filosofeggiare sulla vita da pirata, Jack può concedersi un’esclamazione liberatoria e spudoratamente qualunquista che forse vale il prezzo del biglietto.

In qualche modo, la “canzone” di Capitan Sparrow si fa più semplice e orecchiabile, come un salto dai Rolling Stones ai Beatles. È invece Geoffrey Rush a giganteggiare per la capacità di azzeccare, per la quinta volta, una sfumatura inedita impressa al suo Barbossa. Fintamente imborghesito e a tratti malinconicamente disincantato e mesto, Barbossa è un monumento alla capacità di Rush di reinventarsi continuando a indossare gli stessi panni. Javier Bardem, dal canto suo, imprime a Salazar una caratterizzazione semplice ma efficace per la sua linearità: nonostante l’incazzatura di fondo, Salazar è un villain che si è letteralmente appassionato alla propria ricerca di vendetta. I tormenti del Davey Jones di Bill Nighy creavano una forte empatia con il pubblico che il Barbanera di Ian McShane non è riuscito né a replicare né a sostituire con qualcosa di altrettanto potente. Con Salazar, invece, appare azzeccata la scelta di proporre un avversario che, letteralmente, si diverte a essere perfido e tiene moltissimo alla S sibilata del suo cognome.

Così, l’oceano di maledizioni e sortilegi che ha fatto la fortuna del franchise torna a plasmare una missione principale e alcune piccole sottotrame che mescolano con rinnovata freschezza azione e atmosfera. Le nuove scorribande, più che scomodare grandi conglomerati che mirano al controllo dei mari, si affidano alle personalissime faccende che gettano nella mischia avventurieri della prima e dell’ultim’ora. Azzeccando il ritmo e cogliendo nuovamente lo spirito originario dei primi capitoli, il nuovo Pirati garantisce puro entertainment e merita un quinto appuntamento con la saga.